
Quando una donna dice «Ho paura di lui», non possiamo aspettare la denuncia
- Luisa Pesarin

- 3 minuti fa
- Tempo di lettura: 4 min
Il femminicidio non comincia il giorno in cui una donna viene uccisa. E la prevenzione non può avere un colore politico.
Lorena Isceri aveva 45 anni. Aveva un lavoro, una famiglia, amici, progetti. E aveva paura.
Secondo quanto raccontato dalla madre e dalle persone che le erano vicine, Lorena temeva il suo ex compagno. Le era stato consigliato di denunciarlo, ma non lo aveva fatto. Pensava di riuscire a uscire da quella relazione da sola e, secondo i familiari, non voleva «rovinarlo».
Il 3 settembre quella paura è diventata tragedia.
Secondo la ricostruzione degli investigatori, ancora oggetto di accertamenti, l’ex compagno l’avrebbe attesa nel garage della sua abitazione, aggredita, immobilizzata e chiusa nel bagagliaio dell’auto. Lorena riuscì a chiedere aiuto telefonicamente. Non bastò. Venne uccisa sull’autostrada A1, nei pressi di Barberino del Mugello.
Gli investigatori stanno ora valutando anche l’ipotesi della premeditazione.
Ma c’è una domanda che dovrebbe rimanere quando la cronaca smetterà di occuparsi di Lorena:
che cosa facciamo quando una donna dice semplicemente: «Ho paura di lui»?
La denuncia non può essere l’unica porta d’ingresso alla protezione
È troppo semplice domandare, dopo una tragedia: «Perché non lo aveva denunciato?».
Una donna può non denunciare per paura. Per vergogna. Per dipendenza economica o emotiva. Perché teme le conseguenze. Perché continua a provare compassione per l’uomo che la spaventa. Perché pensa di poter gestire la situazione. Perché non riconosce ancora pienamente come violenza ciò che sta vivendo.
O, semplicemente, perché spera che tutto finisca senza arrivare a una guerra.
Per questo dobbiamo stare attenti a non trasformare la denuncia in una sorta di confine morale: da una parte chi ha fatto “la cosa giusta”, dall’altra chi non l’ha fatta.
La responsabilità della violenza resta di chi la esercita.
E la prevenzione deve riuscire a intercettare il pericolo anche prima che una donna riesca a compiere tutti i passi che noi, dall’esterno, consideriamo razionali.
Prima del femminicidio spesso esiste una storia
Controllo.
Gelosia ossessiva.
Isolamento.
Svalutazione.
Minacce.
Pedinamenti.
Messaggi continui.
Appostamenti.
Incapacità di accettare la fine di una relazione.
La convinzione che l’altra persona sia una proprietà e che il suo «no» sia una provocazione anziché un diritto.
Non ogni comportamento di questo tipo conduce a un omicidio. Sarebbe irresponsabile affermarlo.
Ma è altrettanto irresponsabile considerarli sempre soltanto problemi sentimentali.
È qui che dobbiamo imparare a guardare.
Il femminicidio è l’ultimo atto. La prevenzione deve cominciare molto prima.
Il dolore di un padre pone una domanda alla politica
Dopo l’uccisione di Lorena, suo padre Franco Isceri ha rivolto un appello alle istituzioni.
Ha chiesto alla politica di unirsi, di intervenire nelle scuole, di rafforzare i centri antiviolenza e gli strumenti normativi.
È una richiesta che dovrebbe riuscire a superare gli schieramenti.
Perché sulla violenza contro le donne non dovrebbe esserci una soluzione “di destra” contrapposta a una soluzione “di sinistra”.
Possiamo discutere su quali strumenti funzionino meglio. Anzi, dobbiamo farlo.
Possiamo valutare leggi, risultati, errori, risorse impiegate e modelli di prevenzione.
Ma trasformare ogni femminicidio nell’ennesima occasione per accusare l’avversario politico significa perdere di vista la domanda fondamentale:
che cosa possiamo fare concretamente perché la prossima donna venga raggiunta prima?
Cominciamo dalle scuole, ma non fermiamoci alle scuole
Educare al rispetto non significa insegnare ai ragazzi che tutti gli uomini sono potenziali aggressori.
Significa insegnare qualcosa di molto più semplice e molto più difficile:
che amare non significa possedere.
Che una relazione può finire.
Che un rifiuto deve essere accettato.
Che controllare il telefono di una persona non è una dimostrazione d’amore.
Che umiliare, isolare, ricattare e perseguitare non sono forme particolarmente intense di sentimento.
E che chiedere aiuto non è una sconfitta.
Ma la scuola, da sola, non può risolvere tutto.
Servono centri antiviolenza accessibili e adeguatamente sostenuti. Servono operatori formati. Serve una valutazione competente del rischio. Serve una rete capace di comunicare. Servono tempi di intervento compatibili con situazioni che possono precipitare rapidamente.
E serve anche una società capace di riconoscere la violenza psicologica prima che lasci segni visibili.
«Avevo paura» deve diventare una frase che sappiamo ascoltare
È forse questa la riflessione più difficile che il caso di Lorena ci lascia.
Una donna può avere paura e contemporaneamente non voler denunciare.
Può sapere che qualcosa non va e continuare a proteggere la persona che le fa paura.
Agli occhi di chi osserva dall’esterno può sembrare una contraddizione.
Dentro una relazione caratterizzata da dipendenza, manipolazione, controllo o paura, può non esserlo affatto.
Per questo dobbiamo smettere di aspettare sempre il livido, la denuncia, l’ultima minaccia o l’ultimo episodio prima di considerare una situazione abbastanza grave.
Dobbiamo diventare più capaci di ascoltare ciò che viene prima.
Una frase.
Un cambiamento improvviso.
L’isolamento.
La paura di far arrabbiare il partner.
Il timore di lasciarlo.
La sensazione di essere continuamente controllata.
Un’amica che dice: «Ho paura di lui».
Non significa emettere sentenze né sostituirsi alle autorità.
Significa non voltarsi dall’altra parte.
La prevenzione non appartiene a nessun partito
Il giorno dopo un femminicidio arrivano dichiarazioni, indignazione, minuti di silenzio e promesse.
Poi la cronaca cambia.
Arriva un’altra notizia.
Ed è proprio allora che dovrebbe iniziare il lavoro più importante.

Studiare i casi. Capire quali segnali erano presenti. Valutare quali strumenti hanno funzionato e quali no. Migliorare la protezione. Educare. Formare. Finanziare ciò che produce risultati.
Senza slogan.
Senza usare il corpo di una donna assassinata per segnare un punto contro qualcuno.
Lorena non può più essere salvata.
Ma possiamo almeno rifiutare l’idea che il nostro compito cominci soltanto quando una donna diventa il titolo di apertura di un giornale.
La domanda non è soltanto quanti femminicidi riusciremo a punire.
La domanda più importante è:
quante donne riusciremo a raggiungere quando sono ancora vive e ci stanno dicendo, magari sottovoce, «Ho paura»?
Luisa Pesarin
Il Divano Giallo




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