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Quando il controllo viene scambiato per amore

Immagine del redattore: Luisa Pesarin
Luisa Pesarin
31 minuti fa
Tempo di lettura: 5 min

Quando il controllo viene scambiato per amore


Gelosia, messaggi continui, richieste di spiegazioni, isolamento, ricatti emotivi: a volte ciò che all’inizio sembra attenzione diventa una gabbia. E riconoscerla è il primo passo per uscirne.


C’è una frase che abbiamo sentito pronunciare mille volte:

«È geloso perché mi ama.»


Poi ce ne sono altre.


«Vuole sapere dove sono perché si preoccupa.»


«Mi telefona continuamente perché gli manco.»


«Non gli piace quella mia amica perché pensa che mi influenzi.»


«Si arrabbia se esco senza di lui perché vuole stare con me.»

«Mi chiede di vedere il telefono perché tra noi non devono esserci segreti.»


Prese una alla volta, soprattutto all’inizio di una relazione, alcune di queste situazioni possono perfino essere confuse con l’attenzione.


Ma c’è una domanda molto semplice che può cambiare completamente la prospettiva:


mi sento amata o mi sento controllata?


L’amore non ha bisogno di sorvegliare

Una relazione sana non elimina la libertà individuale.


Non richiede password come prova di fedeltà. Non pretende fotografie per dimostrare dove siamo. Non trasforma un ritardo nella risposta a WhatsApp in un interrogatorio. Non decide quali amici possiamo frequentare, come dobbiamo vestirci o con chi possiamo parlare.

Soprattutto, non ci costringe a modificare continuamente il nostro comportamento per evitare la reazione dell’altro.


È qui che il confine diventa importante.


La gelosia è un’emozione e può capitare a chiunque.


Il controllo, invece, è un comportamento.


E quando diventa sistematico può trasformarsi in uno degli strumenti della violenza psicologica.


La gabbia raramente arriva tutta insieme


Questo è forse uno degli aspetti più insidiosi.


Quasi nessuno accetterebbe, al primo appuntamento, una persona che dicesse:


«Da oggi controllerò il tuo telefono, deciderò chi puoi frequentare e dovrai spiegarmi ogni tuo movimento.»


Il controllo può insinuarsi gradualmente.


Prima una domanda.


Poi una richiesta.


Poi una discussione.


Poi una rinuncia fatta «per quieto vivere».


Finché ciò che qualche mese prima sarebbe sembrato assurdo diventa la normalità.


Si smette di vedere un’amica perché ogni volta nasce una lite.


Si evita un vestito perché sappiamo già quale sarà la reazione.


Si risponde immediatamente ai messaggi perché altrimenti comincia l’interrogatorio.

Si impara persino a prevedere l’umore dell’altro.


E, quasi senza accorgersene, la propria vita diventa sempre più piccola.


«Lo faccio perché ti amo»


È una delle frasi più pericolosamente ambigue.


L’amore può essere usato come giustificazione per comportamenti che con l’amore hanno poco a che fare.


«Sono fatto così perché tengo troppo a te.»


«Se non mi importasse di te, non sarei geloso.»


«Dopo tutto quello che faccio per te…»


«Se mi lasci, non so cosa potrei fare.»


Qui può entrare in gioco anche il ricatto emotivo.


La persona controllata finisce per sentirsi responsabile non soltanto delle proprie azioni, ma persino delle emozioni dell’altro.

E lentamente il problema cambia nome.


Non è più: «Perché mi controlla?»


Diventa: «Che cosa posso fare io perché non si arrabbi?»


Ed è un passaggio enorme.


Il controllo digitale è controllo reale


Oggi una parte importante di queste dinamiche passa attraverso lo smartphone.

Accesso ai messaggi.


Geolocalizzazione.


Controllo dell’ultimo accesso.


Richieste continue di fotografie.


Telefonate ripetute.


Verifica dei follower.


Commenti su like e interazioni.


Password condivise non liberamente, ma pretese.


Il fatto che tutto avvenga attraverso uno schermo non rende il comportamento meno invasivo.


La tecnologia può trasformarsi in uno strumento potentissimo di sorveglianza dentro una relazione.


E c’è un indicatore che considero particolarmente significativo:


se spegnere il telefono per un’ora ci mette ansia perché abbiamo paura della reazione del partner, vale la pena domandarci perché.

L’isolamento è uno dei segnali da non sottovalutare


Il controllo può avere un altro effetto: allontanare lentamente una persona dalla propria rete.


Amici.


Famiglia.


Colleghi.


Persone alle quali confidarsi.


Non sempre viene imposto apertamente.


A volte avviene attraverso continue critiche: quella persona «non ti vuole davvero bene», quell’amica «è gelosa di noi», tua madre «si intromette», i tuoi colleghi «ci provano con te».

Alla fine diventa più semplice rinunciare.


Ed è proprio allora che la persona controllante può diventare anche la principale — o unica — fonte di conferma, affetto e giudizio.


La gabbia si è chiusa senza bisogno di una serratura.


Non tutto è violenza. Ma non tutto è amore.


È importante evitare anche l’errore opposto.


Una discussione non è automaticamente abuso.


Un episodio di gelosia non trasforma automaticamente qualcuno in un abusante.


Una relazione attraversa conflitti, insicurezze e momenti difficili.


La differenza la fanno la ripetizione, l’intensità, la paura, la perdita di libertà e lo squilibrio di potere.


Una domanda può aiutare:


Posso dire «no» senza avere paura delle conseguenze?


Se la risposta diventa sempre più spesso «no», qualcosa merita attenzione.


Quando cominciamo a cambiare noi stesse


Ci sono segnali che non riguardano ciò che fa l’altro, ma ciò che cominciamo a fare noi.

Nascondere cose perfettamente normali per evitare discussioni.


Cancellare messaggi innocenti perché potrebbero essere fraintesi.


Vestirsi diversamente.


Rinunciare alle persone.


Controllare continuamente l’orologio.


Inventare spiegazioni.


Sentirsi in colpa quando ci si diverte senza il partner.


Pensare prima di parlare: «Come reagirà?»


Quando una relazione ci obbliga a vivere costantemente in modalità preventiva, vale la pena fermarsi e guardarla dall’esterno.

E se vediamo questi segnali in un’amica?


Qui dobbiamo essere molto prudenti.


Dire semplicemente «Lascialo!» può sembrare la cosa più logica del mondo, ma raramente descrive la complessità di una relazione basata sulla paura, sulla dipendenza o sulla manipolazione.

Meglio ascoltare.


Non giudicare.


Non ridicolizzare le sue giustificazioni.


Non farla sentire stupida perché è rimasta.


E soprattutto non sparire se torna indietro.


Possiamo invece dirle:


«Se hai paura, io ti credo.»


«Non devi affrontare tutto da sola.»


«Possiamo cercare insieme qualcuno che sappia aiutarti.»


Perché l’isolamento favorisce il controllo. Una rete di persone affidabili può fare esattamente il contrario.


L’amore non deve fare paura


Questo dovrebbe essere il punto dal quale ripartire.


L’amore può essere complicato.


Può conoscere conflitti, fragilità e insicurezze.


Ma non dovrebbe progressivamente cancellare chi siamo.


Non dovrebbe trasformare la nostra libertà in una concessione.


Non dovrebbe obbligarci a dimostrare continuamente la nostra innocenza.


Non dovrebbe farci vivere aspettando la prossima reazione.


E soprattutto non dovrebbe fare paura.


Per questo dobbiamo imparare a riconoscere la violenza psicologica anche quando non assomiglia ancora all’immagine che abbiamo della violenza.


Prima del livido.


Prima della denuncia.


Prima della cronaca.


Perché prevenire significa anche questo: dare un nome alla gabbia quando la porta è ancora aperta.


Il controllo non è una forma intensa di amore.

È controllo.

E la libertà non è il contrario dell’amore: è una delle condizioni perché l’amore possa esistere.


Luisa Pesarin

Il Divano Giallo — Storie, riflessioni, cambiamento


Se una situazione di controllo, stalking o violenza riguarda te o qualcuno vicino a te, in Italia è disponibile il numero pubblico antiviolenza e stalking 1522, gratuito e attivo 24 ore su 24; in caso di pericolo immediato va contattato il 112.

 
 
 

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