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Quando assisti a mobbing o molestie sul lavoro: come non restare spettatore

Immagine del redattore: Luisa Pesarin
Luisa Pesarin
11 minuti fa
Tempo di lettura: 5 min

In una riunione una collega viene interrotta ogni volta che prova a parlare. Un responsabile la ridicolizza davanti al gruppo. Le informazioni necessarie per lavorare non le vengono più inviate. Qualcuno fa battute sul suo aspetto o sulla sua vita privata. Tutti vedono, ma nessuno sa bene che cosa fare.


Le dinamiche di mobbing, esclusione e molestia sul lavoro non riguardano soltanto chi le subisce e chi le mette in atto. Intorno ci sono quasi sempre altre persone: colleghi, responsabili, collaboratori e clienti che osservano frammenti della situazione. La loro presenza può rafforzare il silenzio oppure diventare un primo punto di sostegno.


Intervenire richiede prudenza. Non significa improvvisarsi investigatori, formulare diagnosi o decidere al posto della persona coinvolta. Significa riconoscere ciò che si è visto, non partecipare alla svalutazione e scegliere azioni proporzionate e sicure.


Quando il silenzio sembra la scelta più facile

Chi assiste a un comportamento scorretto può temere conseguenze personali: perdere opportunità, essere escluso dal gruppo o diventare il prossimo bersaglio. Può anche dubitare della propria percezione. Una battuta isolata è stata davvero grave? Forse il responsabile era soltanto nervoso? E se la collega non volesse essere aiutata?


Questi dubbi sono comprensibili. Nei contesti di lavoro esistono gerarchie, dipendenze economiche e relazioni che rendono ogni gesto più complesso. Il problema nasce quando l'incertezza diventa una giustificazione permanente e il gruppo finisce per considerare normale ciò che si ripete.


Il silenzio collettivo comunica alla persona colpita che nessuno ha visto o che nessuno ritiene importante ciò che è accaduto. Comunica anche a chi agisce in modo offensivo che il comportamento non produrrà conseguenze sociali.


Distinguere un episodio da una dinamica

Un conflitto, una critica professionale o una decisione organizzativa sgradita non equivalgono automaticamente a mobbing. Per comprendere la situazione è utile osservare la ripetizione, la direzione e l'effetto dei comportamenti.


Le azioni colpiscono con continuità la stessa persona? Viene esclusa da informazioni o riunioni necessarie? I suoi errori vengono amplificati mentre quelli altrui sono tollerati? Le vengono affidati compiti impossibili, inutili o incoerenti con il ruolo? Le battute riguardano dignità, genere, età, origine, salute o vita privata?


Un testimone non deve stabilire da solo una definizione giuridica. Può però descrivere fatti concreti: chi era presente, quali parole sono state pronunciate, che cosa è cambiato e con quale frequenza.


Sette azioni utili per chi assiste

1. Non unirti alla svalutazione

Il primo gesto è spesso il più semplice: non ridere, non rilanciare la battuta, non diffondere il pettegolezzo e non trattare l'esclusione come un gioco di squadra. Sottrarsi alla complicità interrompe il consenso apparente del gruppo.


2. Nomina il fatto con parole sobrie

Quando il contesto lo consente, una frase breve può cambiare il tono della situazione: “Vorrei che potesse finire il suo intervento”, “Restiamo sul lavoro, senza commenti personali”, oppure “Questa informazione serve anche a lei”. Non occorre pronunciare un'accusa generale. È più efficace riferirsi al comportamento osservabile.


3. Cerca un momento riservato

Dopo l'episodio puoi avvicinare la persona senza metterla sotto pressione: “Ho visto che durante la riunione sei stata interrotta più volte. Come stai?” oppure “Ho sentito quel commento e mi è sembrato inappropriato. Se vuoi parlarne, ci sono”.


È importante non pretendere una confidenza. La persona potrebbe non sentirsi pronta, temere che la conversazione venga riferita o avere già scelto come muoversi. Offrire ascolto significa lasciare libertà di risposta.


4. Chiedi quale aiuto sarebbe utile

Un sostegno efficace nasce dall'ascolto. La collega potrebbe desiderare una conferma privata, la presenza di un testimone in una riunione, aiuto nel ricostruire una sequenza di fatti oppure nessuna azione immediata. Domandare “Che cosa ti sarebbe utile?” evita di sostituirsi a lei.


5. Conserva i fatti che hai osservato

Se la situazione è ripetuta, puoi annotare per te data, luogo, persone presenti e parole o azioni osservate direttamente. Se in futuro ti verrà chiesto di riferire, avrai elementi più precisi e meno esposti alle deformazioni della memoria.


Evita di raccogliere materiale in modo invasivo o di accedere a comunicazioni che non ti appartengono. La documentazione deve restare aderente ai fatti e rispettare riservatezza, regole interne e indicazioni professionali competenti.


6. Usa i canali appropriati con prudenza

A seconda del contesto possono esistere un responsabile affidabile, le risorse umane, una rappresentanza sindacale, un referente per la sicurezza o un organismo interno. Prima di segnalare al posto della persona, valuta con lei possibili conseguenze e limiti di riservatezza.


Se sei tu a essere direttamente interpellato come testimone, descrivi ciò che hai visto senza aggiungere interpretazioni o informazioni ricevute per sentito dire. La precisione protegge la credibilità di tutti.


7. Mantieni il contatto nel tempo

Un solo messaggio di solidarietà può fare bene, ma le dinamiche di isolamento si contrastano anche con la continuità. Invitare la persona a una pausa, includerla nelle comunicazioni dovute e riconoscerne il contributo professionale sono gesti ordinari che restituiscono appartenenza.


Che cosa evitare

“Devi denunciare subito.” “Io al tuo posto non lo permetterei.” “Forse sei troppo sensibile.” “Non mettermi in mezzo.” Queste frasi possono aumentare vergogna, solitudine e senso di impotenza.


Va evitata anche la diffusione della storia come argomento di corridoio. Cercare alleati attraverso indiscrezioni può trasformare il sostegno in un'altra perdita di controllo per la persona coinvolta. La sua esperienza non è materiale per alimentare fazioni interne.


Se chi agisce è un superiore

La disparità di potere rende l'intervento più delicato. Una contestazione pubblica potrebbe esporre sia il testimone sia la persona colpita. In questi casi può essere più prudente documentare, cercare un confronto riservato con un referente competente e valutare azioni collettive fondate su fatti verificabili.


Anche un responsabile intermedio può fare molto: distribuire le informazioni in modo trasparente, definire criteri chiari, interrompere commenti personali e creare occasioni nelle quali ogni persona possa parlare senza essere umiliata.


La responsabilità delle organizzazioni

Non si può affidare tutto al coraggio individuale. Un ambiente di lavoro sano rende praticabile la segnalazione, chiarisce a chi rivolgersi, tutela la riservatezza per quanto possibile e forma chi coordina i gruppi a riconoscere esclusione, ritorsione e comunicazione aggressiva.


La prevenzione passa anche dalle riunioni quotidiane: turni di parola, decisioni tracciabili, compiti definiti e feedback riferiti al lavoro. Quando regole e responsabilità sono chiare, è più difficile nascondere la svalutazione dentro l'ambiguità.


Dal magazine al podcast e alla Academy

Il Divano Giallo può sviluppare questo tema in una puntata con una psicologa del lavoro, una rappresentante sindacale o una professionista delle risorse umane. La domanda centrale sarebbe: come si passa da testimone passivo a presenza responsabile senza aggravare la situazione?


Per Divano Giallo Academy, lo stesso contenuto può diventare un modulo Corporate & Workplace con esercitazioni su riunioni, battute svalutanti, esclusione dalle informazioni e segnalazioni. L'obiettivo è allenare risposte concrete prima che una situazione reale metta tutti sotto pressione.


Una frase può rompere il silenzio

Chi subisce una dinamica ostile spesso si chiede se gli altri abbiano visto. Una frase sobria può restituire un punto fermo: “Sì, ero presente. Quello che è successo non mi è sembrato corretto.”


Non risolve tutto, ma impedisce che la realtà venga cancellata. E può essere il primo passo perché una persona non debba affrontare da sola ciò che accade davanti agli occhi di molti.


Se hai assistito a una situazione di esclusione, mobbing o molestia sul lavoro, puoi inviare al Divano Giallo una riflessione o una testimonianza protetta, evitando nomi e dettagli identificativi. Questo contenuto ha finalità informative e culturali e non sostituisce assistenza psicologica, medica, sindacale o legale.

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